Tra la crescita rapida, le ristrutturazioni draconiane e l’impegno costante, la storia del SOS riflette le sfide di un’organizzazione sempre in trasformazione. In questa intervista, Yves Ecoeur ripercorre le tappe principali dell’evoluzione del SOS con uno sguardo obiettivo sulle tensioni, sulle scelte ardue e sulla volontà di rimanere fedeli a valori forti in un contesto sempre più esigente.
1. Ti va di ritracciare il tuo percorso all’interno del SOS, dai tuoi inizi fino ad oggi?
Io provengo dal Vallese e dopo il Master in scienze politiche a Losanna ho lavorato nell’amministrazione cantonale vodese. Nel 1993 sono stato eletto deputato al Gran Consiglio vallesano.
L’OSEO Valais è stato fondato nel 1995 e io ho iniziato a lavorare lì nel gennaio 1996, quando c’erano solo sette collaboratori, e penso di poter dire che il mio ruolo di parlamentare ha facilitato lo sviluppo dell’organizzazione.
Durante la scissione negli anni 2000(ndr: tra attività regionali, nazionali e internazionali), è stata creata la figura del segretario nazionale, posto che ho occupato per due anni.
Nel 2014 Joël Gavin – che era il direttore dell’OSEO Vaud – mi ha contattato per annunciarmi la sua partenza: ho fatto il concorso e sono stato assunto, e così sono qui da quasi dodici anni.
2. Quando il SOS è stato diviso in associazioni regionali e Solidar Suisse tu eri già alle sue dipendenze, quali sono state le ragioni di questa scissione e come si è svolta?
Il SOS ha conosciuto una crescita molto rapida durante gli anni Novanta, in particolare con lo sviluppo dei progetti a favore dei disoccupati.
Questa espansione portò a una vera e propria crisi: le strutture interne non erano in grado di tenere il passo e si rese necessaria una riorganizzazione radicale. I doppioni di funzioni tra le regioni e la sede centrale in settori come le risorse umane e le finanze portarono a un’inefficienza del sistema. Le regioni dovevano versare somme ingenti a Berna, che a volte venivano percepite come eccessive, il che creò vieppiù tensioni.
La gestione centralizzata complicava il lavoro a livello locale e limitava l’autonomia. Questi squilibri infine si tradussero in una drastica ristrutturazione, caratterizzata da conflitti interni e licenziamenti, da una scissione con Solidar Suisse e, in seguito, dalla chiusura di sedi regionali in perdita.
Tuttavia, ciò permise di adattare meglio le strutture alle condizioni locali e -col senno di poi- si rivelò una scelta saggia, in particolare alla luce della decentralizzazione delle competenze dalla Confederazione ai Cantoni.
3. C’è un progetto di cui vai particolarmente fiero?
È molto difficile sceglierne uno! Sono molto legato al progetto INIZIO, avviato prima della mia assunzione, che si rivolge ai giovani in difficoltà, integrando dimensioni artistiche, digitali e psicologiche, con un accompagnamento multidisciplinare. È un progetto innovativo e, nonostante le difficoltà nell’assicurarne il finanziamento, in costante sviluppo per essere adeguato alle mutevoli necessità.
Sono anche orgoglioso di aver contribuito alla creazione di imprese sociali, come la Thune (oggi Déclics) in Vallese, nel 1999. Da allora, pure altri SOS hanno creato negozi, ristoranti o altri tipi di impresa sociale, anche se devo ammettere che questo modello rimane complesso da mantenere.
Ciò che mi colpisce di più è la forte motivazione delle persone che vi lavorano: molte di esse se ne occupano per lunghi anni, con un vero senso della missione e la costante voglia di creare nuovi progetti.
4. Qual è il tuo parere sull’impegno politico del SOS?
Penso che oggi, rispetto al passato, il SOS abbia perso visibilità politica, forse anche a causa di mancati investimenti in campagne di comunicazione di rilievo, come quella contro la povertà. Inoltre, l’assenza di un segretariato nazionale per un certo periodo penso abbia indebolito la comunicazione. Infine, il lobbying, che già in passato era limitato, oggi purtroppo rimane relativamente modesto.
5. Negli anni ’90 il tasso di disoccupazione in Svizzera è aumentato rapidamente, come avete vissuto questo periodo e quale ruolo ha avuto il SOS?
Il tasso di disoccupazione in Svizzera negli anni Novanta conobbe un notevole incremento, il che portò il SOS a sviluppare rapidamente diversi progetti di inserimento professionale. Grazie all’impulso di Hannes Lindenmeyer, l’organizzazione assunse un ruolo pionieristico, introducendo i “programmi di occupazione temporanea” (POT) prima ancora che venissero ripresi dalla SECO.
L’approccio del SOS si distingueva per una posizione meno colpevolizzante nei confronti dei disoccupati, tenendo conto delle cause economiche; d’altro canto però quel periodo di rapida crescita rivelò parecchie tensioni interne.
Poi però, alla fine di quel decennio, la diminuzione della disoccupazione costrinse il SOS a dover procedere con dolorose ristrutturazioni, come descritto più avanti.
6. Quali sono i valori che guidano il tuo operato?
Ho la fortuna di potermi identificare nei valori del SOS: la solidarietà concreta, l’autonomia finanziaria e sociale delle persone e la responsabilizzazione senza colpevolizzazione.
L’organizzazione cerca di rimanere fedele a questi principi nonostante le tensioni, tra le aspettative dello Stato e la realtà sul campo.
Per garantire la propria sopravvivenza talvolta il SOS deve accettare mandati difficili da gestire, cercando al contempo di difendere i partecipanti da pratiche ingiuste. La trasparenza finanziaria è essenziale, ma la gestione amministrativa che si deve eseguire con ogni minimo dettaglio e i controlli rigorosi spesso complicano il lavoro.
Nonostante queste sfide, il SOS mantiene un forte impegno sociale e cerca di preservare la propria indipendenza e i propri valori in un contesto complesso.
7. Cosa auguri al SOS in occasione dei suoi 90 anni?
Sarebbe bello creare o ricreare delle associazioni SOS in quei cantoni, o perlomeno in quelle regioni, in cui non esistono o non esistono più, come nel caso della Svizzera orientale. Mi farebbe enorme piacere se il SOS non fosse solo il braccio esecutivo delle politiche pubbliche, bensì un partner credibile e dinamico da coinvolgere maggiormente nell’elaborazione di esse, e se i pubblici di riferimento fossero maggiormente integrati in questi processi.



